Un'inedita rilettura della 2^ Guerra Mondiale scritta da
D.L.A. SEGALA(Settima parte)
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"VEDI TUTTE LE NEWS" o in "ARCHIVIO NOTIZIE"In soli 9 mesi e praticamente senza incontrare alcuna resistenza la Germania ha invaso la Polonia (spartendosela poi con la Russia), la Danimarca, la Norvegia, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo ed ora avanza in territorio francese dopo aver cacciato dal continente le forze armate britanniche (Dunkerque).
Dal settembre 1939 Hitler ha più volte chiesto a Mussolini di affiancarlo nella battaglia ma questi è sempre riuscito, pur senza mai compromettere il rapporto con l’alleato germanico, ad evitare l’entrata in guerra dell’Italia, ma quanto può durare ancora questa situazione?
Ebbene questo è proprio il momento in cui Hitler sente probabilmente meno il bisogno dell’appoggio italiano.
Quando nel 1939 la Germania rompe gli indugi rivendicando con la forza delle armi il possesso dei territori che il Trattato di Versailles, alla fine della Prima Guerra Mondiale, aveva visto assegnati alla Polonia, l’appoggio dell’Italia assumerebbe un’importanza soprattutto politica dal momento che noi, a quel tavolo di Versailles, eravamo seduti con Francia e Inghilterra e con loro responsabili di tali decisioni.
Quando poi nella primavera del 1940 Hitler dà inizio alle operazioni sul fronte occidentale con l’intento di ottenere il controllo di tutta l’Europa ed in previsione di uno scontro frontale con gli eserciti inglesi e francesi, l’avere sul campo al proprio fianco il rinforzo militare dell’esercito italiano, che già aveva dimostrato il suo valore tanto nella Prima Guerra come nella conquista delle colonie africane, è un appoggio militare di non secondaria importanza.
Ma in questo inizio giugno 1940, viste le facili vittorie tedesche, l’ormai prevedibile prossima capitolazione della Francia ed il conseguente isolamento dell’Inghilterra, l’entrata in guerra dell’Italia è ancora così necessaria?
Mussolini teme che Hitler possa diventare il padrone assoluto dell’Europa, vuole dimostrargli il valore dell’Italia e l’unico modo per farlo è affiancarlo, sul campo, nelle vittorie e nelle conquiste.
Costituito sotto il suo assoluto controllo l’Alto Comando Italiano (anche se nei giorni successivi, per non compromettere i rapporti con il re, il sovrano prenderà il comando supremo lasciando al Duce il comando delle truppe operanti) , informa il Fuhrer che dal 5 giugno la Germania avrebbe potuto contare anche sul nostro esercito e questi, per tutta risposta e dopo che per mesi lo aveva sollecitato all’intervento militare, gli chiede di spostare tale data almeno di qualche giorno: prima vuole da solo sconfiggere la Francia che ritiene essere stata la più accanita sostenitrice delle limitazioni imposte alla Germania a Versailles.
Anche Badoglio, capo di Stato Maggiore, prova a convincere Mussolini a ritardare ancora l’entrata in guerra perché le nostre truppe non sono ancora pronte (gli chiede almeno un altro mese), ma le ragioni soprattutto politiche che abbiamo appena ricordato non lo permettono.
Mentre gli inglesi sconfitti a Dunkerque lasciano il continente, l’esercito tedesco continua nella sua penetrazione francese senza incontrare molta resistenza.
Le uniche vere resistenze militari vengono sfondate sulla Somme e sull’Aisne il 5 giugno e il giorno 14 dello stesso mese Parigi cadrà senza combattere.
L’invasione francese risultò così facile non tanto perché inaspettata (in realtà, era dalla fine della prima guerra che si temevano ripercussioni tedesche), quanto perché prevista da est, dal confine tra i due stati, e non da nord passando dall’Olanda.
Le imponenti fortificazioni in cemento della linea Maginot, costruite per frenare l’attacco, rimangono così praticamente inoperose sino al momento in cui, attaccate alle spalle, cedono al nemico dimostrandosi del tutto inutili.
Qualche giorno prima di veder sfilare le truppe tedesche sugli Champs Elysées e quindi prima che la Francia venga sconfitta, il pomeriggio del giorno 10 giugno il Ministro degli Esteri italiano Ciano convoca gli ambasciatori inglese e francese e consegna loro la formale dichiarazione di guerra.
La cosa non è certo inaspettata, ma il dichiarare guerra ad un avversario già praticamente sconfitto non ci fa certo onore.
La frase pronunciata nell’occasione dall’ambasciatore francese André Francois Poncet “avete atteso che fossimo a terra per darci un colpo di pugnale alla schiena” passerà alla storia e peserà nel giudizio storico morale dell’intervento italiano.
Poco più tardi, alle 18 e dal balcone di Palazzo Venezia, in un discorso rivolto alla folla romana e ritrasmesso in diretta radiofonica in tutte le principali piazze italiane, Mussolini annuncia agli italiani che termina lo stato di non belligeranza e proclama l’inizio della guerra.
Clicca qui per leggere l’integrale discorso del Duce del 10 giugno 1940Clicca qui per leggere il proclama del Re e
Clicca qui per leggere quello del Duce dell’ 11 giugno 1940Il popolo non rimane sorpreso ed anche se le urla entusiastiche di Roma non si ripetono in tutte le città (in particolare a Milano la reazione è più fredda perché “tenace odiatrice dei tedeschi”), l’ormai diffusa convinzione che la guerra durerà ancora poco e che il nostro intervento serva solo a farci sedere al tavolo dei vincitori, fa sì che la reazione del momento sia paradossalmente molto simile alle manifestazioni popolari in seguito a un’importante vittoria sportiva.
A questo proposito, il giorno prima Fausto Coppi vince il Giro d’Italia (ed è subito arruolato in fanteria) ed il Campionato di calcio si è concluso da una settimana con la vittoria dell’Ambrosiana.
Che la guerra finisca presto e che per noi sia solo una formalità (Mussolini ai suoi camerati più intimi pare disse “ho bisogno di un certo numero di morti per sedere al tavolo della pace”) è cosa necessaria anche perché il nostro esercito e le nostre risorse economiche non sono certo in grado di affrontare una lunga battaglia.
Purtroppo scopriremo presto che le cose andranno in modo diverso e che verranno momenti di lutti, di distruzioni e che un giorno non lontano lotteremo anche contro noi stessi.