Un'inedita rilettura della 2^ Guerra Mondiale scritta da
D.L.A. SEGALA(Ottava parte)
(
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"VEDI TUTTE LE NEWS" o in "ARCHIVIO NOTIZIE"Nel Giugno del 1940 l’idea di entrare in Guerra veniva vissuta dal popolo italiano come cosa certamente oramai inevitabile ma, soprattutto, con molta sufficienza e senza quella giusta consapevolezza della gravità del fatto e delle tristi conseguenze che ciò avrebbe comportato.
Non solo, ma un’accurata stampa di regime aveva diffuso l’impressione che la vicina vittoria finale al fianco dell’imbattibile esercito tedesco sarebbe ora giunta ancor prima grazie all’apporto delle nostre efficientissime truppe.
Se la forza dirompente della Germania poteva essere confermata dai fatti e dalla relativa facilità ottenuta nel penetrare e nel conquistare territori nemici, sulla preparazione dei nostri reparti militari c’è invece molto da eccepire.
Pietro Badoglio, capo di Stato Maggiore Generale, aveva chiesto a Mussolini di pazientare e di aspettare perché il nostro esercito non era ancora pronto alla battaglia, ma la necessità di affiancarsi alla Germania prima che fosse troppo tardi (come abbiamo già visto) non consentiva l’indugiare oltre.
Inoltre, dal momento che il problema principale delle nostre forze armate consisteva nella mancanza di armi, attrezzature, divise, e di tutto quanto necessario per una guerra, il rinviare di qualche settimana non sarebbe servito a reperire le risorse economiche utili a migliorare la tragica situazione.
Le pesanti sanzioni economiche che da anni pesavano sul bilancio italiano e le ulteriori difficoltà di reperimento delle risorse dall’inizio della battaglia in Europa, stavano mettendo in ginocchio l’Italia povera di materie prima e obbligata all’importazione.
Il sempre più massiccio utilizzo di surrogati e le sempre maggiori restrizioni nel consumo di beni anche di prima necessità quali il pane erano l’evidente specchio di grandi difficoltà nell’approvvigionamento.
L’esercito non lo era da meno, e le nostre armi erano in gran parte ancora quelle utilizzate nella Prima Guerra Mondiale.
Il 14 Giugno, lo stesso giorno che i tedeschi entrano a Parigi, Genova subisce il suo primo bombardamento aereo, due giorni dopo Torino: ora la guerra non è più così lontana e se i nostri giovani al fronte si apprestano a combattere un’impari battaglia contro i già “sconfitti” francesi, anche le nostre case e le nostre strade non sono più al sicuro.
Nella quotidianità cittadina arrivano le sirene d’allarme con le corse nei rifugi e le nostre serate, relegati in casa per il coprifuoco, sono con persiane chiuse e tendoni neri alle finestre per l’obbligo di oscuramento.
Ecco come un comunicato pubblicato sul quotidiano “La Nazione” di Firenze proprio il 14 Giugno 1940 ci richiama alle nostre responsabilità:
“Richiamiamo ancora l’attenzione dei cittadini sulla necessità di attuare nel modo più rigoroso l’oscuramento. Le finestre delle case prospicienti la strada sono generalmente in regola ed è raro che attraverso di esse filtri un raggio di luce; non altrettanto può dirsi invece dalle finestre interne, dai lucernari e dagli sporti dei negozi, donde talvolta s’irradiano fasci luminosi, capaci di annullare l’effetto dell’oscuramento stesso in alcuni punti della città. C’è anche chi ritiene che basti velare di carta azzurra le lampade per rendere invisibile la luce all’esterno: questo mezzo si è invece rivelato assolutamente inadeguato. Occorre insomma provvedere immediatamente perché tali inconvenienti, constatati e fatti rilevare in molti casi ai responsabili dalle competenti autorità, siano del tutto eliminati. Dalle case private, dagli uffici, dai laboratori, dai caffè e da tutti gli altri esercizi pubblici non deve mai trasparire dal tramonto all’alba un solo filo di luce, sia essa bianca o colorata. Ed a questo proposito ricordiamo che ai contravventori verranno severamente applicate le sanzioni previste.”Intanto la Francia stremata si prepara alla resa.
Il giorno 11 nel corso di una riunione alleata alle porte di Orleans, Churchill, a nome dell’Inghilterra, chiede che Parigi venga difesa casa per casa, ma il primo ministro francese Reynaud preferisce pensare alla richiesta di armistizio con la Germania preservando quanto rimasto dell’esercito al mantenimento dell’ordine pubblico in attesa della pace.
Il giorno 13 Churchill insiste e convince Reynaud a scrivere a Roosevelt, negli Stati Uniti, invitandolo ad intervenire militarmente in aiuto dell’Europa.
Roosevelt, da parte sua, è vincolato per legge in tale decisione dal Congresso ed è notte fonda quando in Francia arriva il telegramma americano che conferma la promessa di mettere “a breve” a disposizione i mezzi necessari agli alleati.
Troppo poco: il governo francese si sposta a Bordeaux ed il ritiro delle truppe francesi oltre la Loira permette alle truppe tedesche di entrare a Parigi senza incontrare alcuna resistenza.
Il giorno successivo, il pomeriggio del 15 Giugno, si tiene una riunione del Consiglio dei Ministri per decidere il da farsi.
C’è un impegno formale e scritto con l’Inghilterra che vincola i due paesi alleati a non trattare accordi separati con la Germania e gli inglesi vogliono farlo valere.
A tal proposito, Reynaud riceve anche una telefonata da De Gaulle che lo invita a proseguire nella lotta.
Il 16 sera Churchill, in partenza per la Francia con la convinzione di andare a discutere un accordo bilaterale, viene fermato in maniera precipitosa dal suo segretario che lo informa che il governo Reynaud è caduto sostituito da quello di Petain del tutto favorevole alla resa.
Poco dopo mezzogiorno del 17 Giugno Petain informa il suo popolo di essere in trattativa con il nemico per raggiungere un armistizio.
Il 18 Giugno De Gaulle sale su di un piccolo aeroplano diretto in Inghilterra e da lì, quella sera stessa, lancia alla radio il suo incitamento al popolo francese a proseguire nella lotta.
Anche Churchill, quella sera alla radio, conferma la decisone inglese di continuare la guerra.
A Monaco arrivavano Mussolini e Ciano convocati da Hitler per discutere della posizione francese.
Mussolini è carico e le richieste italiane sono a dir poco estremiste.
L’Italia vuole per se Nizza, la Corsica, la Tunisia, la Somalia francese e chiede la consegna della flotta navale.
Hitler appare più moderato: da un lato ha paura che un eventuale rifiuto di armistizio da parte della Francia comporti il trasferimento del governo in Nord Africa e lì il proseguo delle ostilità; dall’altra ha fretta di chiudere per dedicarsi all’Inghilterra con la quale ha addirittura già sondato la possibilità (ovviamente respinta) di un’intesa per l’immediata fine della guerra con il riconoscimento della situazione così come al momento attuale creatasi in Europa.
Le posizioni tra i due leader sono talmente distanti che Hitler nomina due commissioni separate d’armistizio con il patto che gli accordi tedeschi con la Francia avrebbero avuto validità solo dopo la ratifica di quelli tra Francia e Italia.
Mussolini torna in Patria scontento e per reazione decide che è il caso di attaccare militarmente i francesi al confine con le Alpi.
Badoglio e Ciano si dimostrano contrari perché un eventuale insuccesso militare avrebbe ulteriormente aggravato la già debole posizione dell’Italia ed il rischio era troppo alto.
A difendere i propri confini i francesi hanno 6 divisioni lasciate lì sino a quel momento inattive anche perché troppo esigue da poter risolvere le sorti della nazione se impiegate altrove.
Sono però sufficienti a resistere all’attacco italiano sul valico Alpino iniziato il giorno 20 e a non cedere un solo metro di terra.
Il 22 giugno francesi e tedeschi firmano l’armistizio e di conseguenza anche noi dobbiamo rinunciare a proseguire nella battaglia proponendo il nostro accordo che, a questo punto, subisce un drastico ridimensionamento limitato alla richiesta di smilitarizzazione di una fascia territoriale di frontiera larga 50 chilometri.
Alle 19,15 del 24 Giugno 1940 a Villa Incisa alle porte di Roma le parti firmano un accordo che prevede la cessazione delle ostilità dalla mezzanotte stessa: a due settimane dalla entrata in Guerra, l’Italia ha già dimostrato i suoi forti limiti militari, la sua scarsa influenza politica con l’alleato tedesco e sottoscritto un armistizio “inutile” ed identico a quanto avrebbe comunque ottenuto mantenendosi Stato neutrale.
Mussolini, per sedersi al tavolo della pace dalla parte dei vincitori alla fine della Guerra, aveva chiesto almeno “un certo numero di morti”: in pochi giorni, sulle Alpi, registriamo già più di 600 morti, altrettanti dispersi e più di 5.000 soldati feriti o congelati.